Bergamo, Ospedale Papa Giovanni XXIII, SPDC: cosa succede veramente lì dentro?

I pazienti ricevono veramente l’aiuto di cui hanno bisogno? Come è la “vita” all’interno di un reparto psichiatrico? Queste sono alcune delle domande cui tento di rispondere attraverso questo articolo, il secondo che scrivo a proposito di questo argomento, così delicato, così difficile da affrontare, così facile da ignorare per coloro che – fortunatamente – non ci hanno direttamente a che fare.

Come ribadisco alla fine della mia testimonianza, mi prendo l’intera responsabilità di ogni parola che ho scritto. Purtroppo, è tutto vero. Ed è giusto che tutti, “sani” o “malati”, ne siano consapevoli.

Mi rimetto i panni della giornalista d’assalto, questa volta per concentrarmi su un unico reparto psichiatrico, quello dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Sono ormai tre anni e mezzo che entro ed esco da lì. Avevo già scritto (Emergenza Borderline-Malattia mentale: chi ne soffre riceve davvero un aiuto?) che in quella sottospecie di SPDC non erano nemmeno riusciti a farmi una diagnosi decente (sono dovuta andare a Milano, a Ville Turro), che mi avevano cambiato i farmaci due giorni prima delle dimissioni, e altre cose poco simpatiche (eufemismo). Non pensavo la situazione potesse peggiorare, e invece…

Quest’anno sono stata ricoverata tre volte (avrei dovuto fare anche due day hospital, ma non mi sono mai presentata). I tre ricoveri più pesanti da quando “mi sono ammalata”. Gli ultimi due ˗stranamente non dovuti ad un mio tentativo di suicidio, ma a liti in famiglia, liti pesanti, non lo metto in dubbio, ma non è che ogni volta che ho problemi con i miei la soluzione è sbattermi lì dentro per qualche settimana ˗ sono stati i peggiori. Ho visto cose che (giuro) faccio una fatica tremenda a scrivere, se ci penso mi viene il vomito, ma credo sia giusto che la gente “fuori” sappia che cosa succede veramente lì dentro.

Ho già parlato in altre occasioni di contenzione. Ho anche creato una petizione per raccogliere firme, ma nessuno mi ha calcolata. O meglio: molti hanno firmato, ho fatto un banchetto durante un evento a Milano, si è occupato di inserire i dati sul sito un mio amico, l’unica cosa che si chiedeva era di confermare la mail per dimostrare che le firme erano reali. Su cinquanta/sessanta firme raccolte, hanno confermato sei persone. Sei.

Ho cercato di raccogliere testimonianze da pazienti che sono stati contenuti, ma ˗ è abbastanza ovvio ˗nessuno vuole parlarne. È un’esperienza che vogliono dimenticare. Non li biasimo. Io però ho assistito a diverse contenzioni, troppe contenzioni, e senza fare nomi (ovviamente) ci tengo a parlare di un uomo in particolare, che chiamerò R., contenuto, anzi la smetto di usare questa parola che detesto e che fa sembrare il tutto più soft, legato al letto per tre giorni, lasciato nella sua pipì, a urlare e lamentarsi senza che nessuno si degnasse (almeno) di affacciarsi alla finestrella della sua stanza per vedere se aveva realmente bisogno di aiuto. Forse dopo un po’ gli infermieri, gli OSS, i dottori si abituano e non sentono nemmeno più. Io non mi sono abituata. Anzi, le sue grida mi rimbombavano nella testa sempre di più. Come potevo ignorarle?

Me ne sono altamente fregata di coloro che mi dicevano di farmi i cavoli miei e sono andata a chiedere ad un infermiere il motivo della contenzione. Ovviamente ˗ non è colpa sua ˗ non ha potuto darmi molte informazioni, ma mi ha fatto capire che R. soffriva di un disturbo bipolare ed era in fase maniacale. So riconoscere una fase maniacale. Non perché sia un genio o che, ma conosco diverse persone che hanno la stessa “malattia” e mi è capitato più volte di vederle in up. Quindi ho deciso di andare a verificare.

Mi sono affacciata alla finestrella della stanza di R. Non poteva sapere se ero un’infermiera o una paziente, mi si vedeva solo la faccia. Secondo l’infermiere con cui avevo parlato, R. non era lucido, non sapeva nemmeno dove si trovasse, era impossibile instaurare un semplice dialogo con lui, dava dei “coglioni” agli infermieri (offesa terribile. Come no) e gli sputava (esistono le mascherine, non dico altro). Quindi gli ho chiesto innanzitutto se sapeva dove si trovava. “A Bergamo, in ospedale, ho avuto una crisi”. Perfetto. Gli ho chiesto perché urlava, se aveva bisogno di qualcosa. Mi ha risposto che gli era caduto il cuscino per terra (vero), che voleva andare in bagno, fumare una sigaretta e chiamare sua moglie. Questo mi è bastato. Gli ho detto che prima di sera ci saremmo fumati una stizza insieme in sala fumo.

Dato che non mi intendo di contenzione a livello “burocratico”, ho chiamato l’URP per chiedere alcune informazioni. Devo ammettere che hanno risposto a tutte le mie domande, mi hanno detto che non esistono disposizioni chiare su come e quando contenere un paziente, che si tratta di una decisione del medico, ecc. Ho cercato di spiegare in poche parole la situazione di R. e l’operatore con cui parlavo mi ha messa in attesa per farmi parlare con un vigilante (due volte al giorno due vigilanti passano in reparto a controllare che tutto sia in ordine). Mentre aspettavo, un OSS mi ha sequestrato il telefono. Me l’ha proprio tolto di mano e ha chiuso la chiamata. Motivo: stavo “parlando con il mio avvocato [che non ho] di questioni che riguardavano un altro paziente” e dovevo imparare a farmi “i cazzi miei”. Ho spaccato qualcosa e me ne sono andata a letto ad aspettare il cambio turno in modo da riavere il mio telefono.

Appena sono arrivati gli infermieri del pomeriggio, gli ho gentilmente chiesto di andare a vedere R. perché “secondo la mia modestissima opinione” non era più in fase maniacale. Fortunatamente, su non so quanti infermieri, ho beccato uno dei pochi che sa fare il suo lavoro. È andato da R., ha confermato che non si trovava più in up e che non aveva più deliri, che rispondeva normalmente agli operatori senza insultarli e ha avvertito il medico. Nel frattempo, la moglie di R. è stata finalmente contattata.

Verso sera è arrivata, R. è stato slegato, ha potuto cenare e uscire dalla stanza. Ci siamo visti in sala fumo. Si è avvicinato a me e mi ha detto: “tu sei stata mandata qui per salvarmi, grazie”. È stato l’unico momento in cui mi sono sentita utile a qualcosa e non lo dimenticherò mai, ma qui non si tratta di me Sara, si tratta di una paziente (una “malata”) che si è dovuta sbattere per un’intera giornata perché lo psichiatra di R. alzasse il culo e decidesse di slegarlo perché era tornato lucido e non era più un pericolo per se stesso e per gli altri. Precisazione: come ho appreso parlando con R. nei giorni successivi, i suoi deliri erano di tipo mistico/religioso, in poche parole è stato convinto per due giorni di trovarsi in Tibet e si comportava come un monaco. Non ha mai fatto del male a nessuno. Non è mai stato un pericolo. Viene spontaneo chiedersi perché è stato contenuto. Perché è comodo. Fa schifo come risposta? Sì. Ma è la verità.

Piuttosto che tentare di parlarci, di farlo ragionare (è vero che ci sono casi in cui questo è impossibile, ma non si trattava del caso di R.), di sedarlo anche, se proprio fosse stato necessario, per non perdere del tempo prezioso (!) il medico ha subito optato per la contenzione. Lo lego al letto, anzi, lo faccio legare al letto e io manco mi faccio vedere: problem solved.

Spero sia chiaro che racconto questo fatto non per sentirmi dire quanto io sia stata brava ecc., non mi interessa, la mia prima sigaretta con R. è stata per me una “cosa” (non so come definirla) bellissima e non ho bisogno di altro. Lo racconto perché è la pratica standard usata sui pazienti “difficili”. Fortunatamente, io (nonostante non sia esattamente una paziente modello) non sono mai stata contenuta. Sedata sì, con due carabinieri che mi tenevano ferme le gambe e due infermieri le braccia, quando io ero assolutamente innocua (peso meno di 40 kg, manco volendo potrei fare del male a qualcuno, se provassero a legarmi probabilmente mi spezzerebbero le braccia). Ma dopo quella di R., ho assistito ad altre cinque o sei contenzioni in soli due ricoveri. E non ho potuto fare niente per evitarle. Hanno legato miei amici, hanno legato la mia compagna di camera (e io me ne sono andata a dormire nella stanza tv perché non potevo sopportare la cosa).

Mi sembra doveroso a questo punto spezzare una lancia a favore di Ville Turro: quando ci sono stata, c’era una ragazza affetta da una forma di schizofrenia paranoide (si vedeva lontano un miglio, ma sì, ammetto di aver sbirciato la cartella per esserne sicura). Immancabilmente, ogni sera dopo cena aveva una crisi. Urlava, piangeva, minacciava tutti perché pensava sparlassimo di lei. Non è mai stata contenuta. Mai stata sedata. Un infermiere la portava con sé in sala infermieri e le parlava finché lei non si calmava. E alla fine lei si calmava veramente. E questa è la dimostrazione che ci sono altre vie, altre soluzioni, per gestire un delirio o una fase maniacale. Non c’è alcun bisogno di ricorrere ad una pratica che ci riporta indietro di due secoli, che lede la dignità della persona, che la priva della semplice possibilità di alzarsi e andare in bagno (!). Dico persona, ma dopo tutto questo tempo so che la maggior parte dei medici non ci considera persone, ma pazienti, malati, matti, cavie per nuovi farmaci (meglio che stia zitta sugli accordi con le case farmaceutiche…).

Alla luce di tutto questo, mi domando ˗e spero si domandi anche la gente che leggerà questo articolo ˗ qual è esattamente il senso della contenzione. Perché in tutta sincerità io non lo vedo. Quello che vedo è medici che non vogliono cazzi e persone umiliate.

Purtroppo, come mi è stato chiaro quando ho creato la mia petizione, chi non ha vissuto in prima persona questa ˗come chiamarla? ˗“condizione” (o non ha parenti/amici che ne sono stati vittime) tende a fregarsene altamente. Finché nessuno tocca il mio orticello io me ne sto tranquillo e mi faccio i cavoli miei. Sia chiaro che non lo sto augurando a nessuno, nemmeno al peggiore dei miei nemici (ok, se devo essere onesta penso che alcuni psichiatri vadano contenuti anche solo per mezza giornata, giusto per rendersi conto di cosa voglia dire), ma dato che stiamo parlando di una pratica di cui si fa uso spesso e totalmente a caso, non è detto che non possa capitare a qualcuno che conoscete. Volete aspettare che succeda questo? O possiamo iniziare già da ora a cercare di impedire che altra gente viva un’esperienza del genere? La mia petizione ormai è un fallimento e non c’è nulla da fare, ma sul sito e tu slegalo subito (cit. di Basaglia, il cui lavoro FORSE gli psichiatri dovrebbero andare a ripassarsi) ce n’è una molto più seria della mia, ci sono tantissimi video e testi che spiegano nel dettaglio quale sia la situazione attuale, ci sono tutte le informazioni necessarie a capire che un’alternativa alla contenzione c’è SEMPRE. Tra l’altro, ci tengo a sottolineare che il lavoro che questi medici, operatori, ecc. portano avanti non ha direttamente a che fare con la politica, in poche parole non è questione di un partito che “usa” questa situazione, che la denuncia per prevalere su un altro e raccogliere consensi. È una questione che ha ˗ semplicemente ˗ a che fare con le persone, tutte le persone, per difendere le loro libertà fondamentali, che la contenzione va a ledere, per far sì che, anche se “malato”, un individuo possa (debba) conservare la propria dignità, il proprio orgoglio, per fare in modo che non si arrenda di fronte a chi lo vede come un numero e basta, che non si dimentichi mai che il compito di un medico è quello di prendersi cura del proprio paziente e ˗ se possibile ˗ aiutarlo a guarire. Lo si aiuta legandolo al letto?

Purtroppo, l’uso arbitrario della pratica della contenzione da parte dei dottori non è il solo problema. Quest’anno sono state introdotte alcune regole da parte del primario che, secondo me, non hanno alcun senso.

In ospedale è vietato fare fotografie e video in cui compaiano gli operatori. Va bene. Qualcuno ˗ non so chi e nemmeno mi interessa ˗ ha girato un video riprendendo anche alcuni infermieri. La soluzione più logica sarebbe stata quella di ritirare il telefono alla persona interessata. O mi sbaglio? A quanto pare mi sbaglio. Il primario, per far fronte a questa gravissima violazione, ha introdotto una nuova regola sull’uso dei cellulari in reparto: è permesso utilizzarli solo dalle 14 alle 21. Il resto del tempo se ne devono stare chiusi negli alveari (gli armadietti in sala infermieri). Perfetto. Che idea geniale. Come se dalle 14 alle 21 i telefoni avessero una sorta di blocco che ci impedisce di fare foto e video. Inoltre, dalle 14 alle 15 è orario di visita. Se alle 13.30 mi viene in mente che devo dire a mia madre di portarmi qualcosa quando viene a trovarmi alle 14 che devo fare? È vero, ci è permesso usare il telefono del reparto, ma le chiamate devono essere fatte di fronte ad un infermiere, e durante gli orari di cambio turno e consegna (es. appunto le 13/13.30) sono tutti chiusi in sala infermieri e puoi bussare anche cento volte alla loro porta (io l’ho fatto), verrai ignorato.

Non incolpo di certo gli infermieri, tant’è che a marzo hanno scritto anche loro al primario per dirgli che la regola sull’uso dei telefoni crea più problemi che altro, ma figuriamoci se il grande capo li ha ascoltati. Ok è una regola assurda e totalmente nonsense, su questo mi auguro siamo tutti d’accordo, ma è anche una bastardata (passatemi il termine). Se sono depressa e voglio ascoltarmi un po’ di musica triste e canticchiare tra me e me non posso farlo fino alle due del pomeriggio. Se soffro di insonnia e guardare un film prima di andare a letto mi aiuta non posso farlo. Se mi sento sola come un cane non posso messaggiare con nessuno. Ci hanno tolto praticamente l’unico passatempo che ci era concesso. Precisazione: se si legge la brochure dell’SPDC sembra che il reparto sia un’oasi felice piena di psicologi, educatori, assistenti sociali, volontari che ci fanno fare mille attività. Bugia. Non c’è niente di tutto ciò. C’è solo un laboratorio di disegno (esclusivamente per quelli che stanno nel modulo C, quello più tranquillo diciamo, i moduli A e B si possono arrangiare) gestito da un ragazzo gentilissimo e super disponibile, ma ˗ incroyable˗ non è stata un’idea del primario o chi per lui, si tratta di un progetto di tesi completamente gestito da questo ragazzo, che viene in reparto per un’ora e mezza/due un paio di volte a settimana e conduce la sua attività da solo (ogni tanto lo aiutano delle ragazze o qualche paziente gentile quando si tratta di allestire la sala tv e poi rimettere tutto a posto). Domanda: il permesso gli è stato concesso perché qualcuno crede veramente che questa attività possa aiutare i pazienti o perché per circa quattro ore a settimana siamo tutti lì tranquilli a disegnare/colorare e non rompiamo il cazzo a nessuno? Sapete come la penso.

Sempre a proposito della favolosa brochure che ci viene rifilata, si mente anche a proposito degli psicologi. Fino a un anno fa circa non c’era alcuno psicologo di reparto. Ora ˗ finalmente˗ ne abbiamo uno, e anche molto bravo, ma non si capisce quale sia il criterio con cui i medici decidono a chi è gentilmente concesso un colloquio e chi invece si deve arrangiare. Ovviamente, io non facevo parte dei privilegiati, nonostante avessi espresso più volte il bisogno e la voglia di parlare con qualcuno. Mi sono dovuta letteralmente appostare fuori dallo studio del dottore e chiedere direttamente a lui se potevo avere un colloquio. Le prime volte siamo riusciti a parlare solo cinque minuti, il tempo che aveva a disposizione tra una seduta e l’altra. Solo durante l’ultimo ricovero, dopo aver (scusate ancora per i termini) frantumato le palle a tutti, sono stata finalmente ammessa tra i pazienti che avevano diritto ai colloqui. Come ho detto, lo psicologo, il dottor B., sa fare il suo mestiere, anzi mi verrebbe da dire che è l’unico che sa quel che fa lì dentro. Ci ho parlato, ok, ma non è che dopo aver ottenuto quello che volevo me ne sono fregata. Ho continuato a cercare di capire perché alcuni pazienti avevano l’opportunità di parlarci e altri no. Ovviamente, nessuno ha mai risposto alle mie domande. Ora, ok io sono un “soggetto difficile”, me l’han detto mille volte, ed è molto probabile che alla fine mi abbiano dato retta per farmi stare zitta e accollare i miei problemi a qualcun altro, e ˗ lo ammetto ˗ me ne frego abbastanza delle regole, l’avrete capito. Ma ciò che penso è: va bene darci delle regole, ma solo se valgono per tutti. E tutti in reparto hanno bisogno di fare psicoterapia, sappiamo tutti che i farmaci da soli non servono a nulla. E allora perché alcuni pazienti (anche senza che lo chiedano) vengono mandati subito a colloquio con lo psicologo e altri no? Domanda (che strano) cui nessuno ha mai risposto.

Questa storia delle regole è davvero assurda. Ho chiesto un appuntamento con il primario per parlarne, ma (quelle surprise!) non si è mai presentato. In più di due settimane non ha trovato dieci minuti di tempo per parlare con una paziente.

Esempio stupido (ma non vi potete aspettare esempi intelligenti se le regole non sono intelligenti): ci viene propinato solo caffè d’orzo (in realtà è più acqua sporca, ma ci si accontenta) perché il caffè vero potrebbe far agitare alcuni pazienti, o per gli anziani che soffrono di pressione alta, cose del genere. Ok. Però chi non ha di questi problemi può uscire (accompagnato da un infermiere, un famigliare o da solo, dipende dai permessi di uscita, anche quelli ˗ non dovrei nemmeno più perdere tempo a dirlo ˗ assegnati a caso) e andare alla macchinetta, ma solo dopo le nove e mezza (orario stabilito con non si sa quale criterio da quel gran geniaccio del primario, dato che coincide con l’orario in cui ci è concesso di fare la doccia. Sì, ho proprio scritto “ci è concesso di fare la doccia”. Dopo le dieci se non ti sei lavato rimani sporco fino al giorno dopo perché non consegnano più bagnoschiuma, ecc.). Io soffro di insonnia, quindi ogni mattina alle cinque e mezza/sei mi sveglio. Esco dalla mia stanza per andare a fumarmi una sigaretta (aspetto minimo quindici minuti che qualche infermiere si faccia vivo per accendermela). Mi trovo davanti un paziente con un caffè delle macchinette in mano. Ok, buon per lui. Allora chiedo se posso scendere velocemente (devo fare solo un piano di scale) per pigliarmi un caffè pure io. “No Sara, sai le regole, il caffè solo dopo le nove e mezza, se abbiamo tempo di accompagnarti”. Guardo l’infermiere, guardo il paziente che si gusta il suo caffè, riguardo l’infermiere, riguardo il caffè, riguardo l’infermiere. Sta zitto. Mi guarda come se fossi ritardata. Vado a fumare la mia sigaretta e impreco in silenzio.

So che ho già scritto molto, non sto rispettando alcuna regola della scrittura per il web (che ho studiato) e farò di nuovo una fatica immane per vedere questo articolo/questa testimonianza pubblicata da qualche parte, ma il “bello” deve ancora venire.

Ci sono molti infermieri bravi, questo devo ammetterlo. Alcuni fanno semplicemente bene il proprio lavoro e stop, ma è già tanto in un reparto del genere. Altri ci mettono tutto, davvero tutto, per aiutare i pazienti. Non li trattano nemmeno come pazienti. Si mettono al loro livello. Gli parlano da persona a persona, non da infermiere a malato. Non faccio nomi, non ce n’è bisogno, ho già ringraziato chi dovevo ringraziare di persona. Ma ci sono altri infermieri e altri OSS (li chiamerò operatori in generale perché se specifico ogni volta non finisco davvero più) che pare si credano superiori a tutti solo perché noi abbiamo dei disturbi e loro sono “sani” (rido). Io ˗ormai lo sanno anche i muri ˗ ho un disturbo borderline di personalità, questa è la mia “malattia” e il motivo del mio ricovero è che non riesco a controllare le mie reazioni ad alcune (molte) cose che mi succedono, e dopo un po’ do fuori di matto (non sono pericolosa per gli altri, ma per me stessa sì). Questa volta il nome lo faccio, e mi maledico perché a causa di tutti i farmaci che prendo la mia memoria sta andando a farsi friggere e ho dimenticato il cognome. Un’OSS, Francesca, oltre a trattarmi come se fossi handicappata, insiste a fare commenti sul mio fisico. Ogni dannato ricovero mi sento ripetere che sono troppo magra, che devo impegnarmi a mangiare perché faccio impressione, che sembro uno scheletro che cammina, tutte cose molto simpatiche. Quando tento di spiegarle il mio disturbo dice che non ne vuole sapere niente e se ne va. Questa volta mi ha proprio dato dell’anoressica. Stavamo discutendo come al solito e l’ha detto. “Anoressica”. Con un’espressione schifata. Non si doveva permettere. Nessuno si deve permettere. Non sai niente di me, non sai niente del mio disturbo, non sai quale sia la mia diagnosi, i tuoi commenti sei pregata di tenerteli per te. Questa volta ha superato il limite. Ho riferito la faccenda alla caposala che, per fortuna, mi ha dato ragione e l’ha richiamata. Comunque non è l’unica operatrice che si permette di trattare in modo irrispettoso e maleducato i pazienti. Una volta un infermiere mi ha mandata a fanculo (con tanto di gesto per chiarirmi meglio il concetto). Un’altra volta uno è venuto a parlarmi a due centimetri dalla faccia e urlarmi addosso. Una mi ha cazziata per cinque minuti perché “hai già rotto con le tue richieste assurde” (avevo chiesto la pinzetta per le sopracciglia, mah).

A proposito dei medici, invece, mi ci vuole tutta la mia forza di volontà per non mandarli a cagare tutti in blocco. A parte il fatto che anche loro vanno praticamente pregati e seguiti per i corridoi per ottenere un dannato colloquio, non si preoccupano nemmeno più di levarsi dalla faccia quell’espressione che dice chiaramente “preferirei ficcarmi degli aghi negli occhi che parlare con te”. Perché abbiano preso una laurea in psichiatria rimane un mistero irrisolto. Se non ti frega nulla dei tuoi pazienti, forse avresti dovuto fare altro. Comunque, durante il penultimo colloquio avuto in questo ricovero, la mia psichiatra, che mi conosce ormai da tre anni, ha proprio passato il limite. Ripeto che io faccio fuori e dentro l’ospedale da anni per il mio BPD. So di avere disturbi alimentari, so di essere sottopeso, non sono ancora rincretinita del tutto. Ma so che tutto è legato al mio disturbo. E anche se non sono una psichiatra mi pare abbastanza ovvio che ciò che va “curato” è ˗appunto ˗ il disturbo, non vanno tamponati i sintomi, perché facendo così inevitabilmente due giorni dopo le dimissioni io ho un’altra crisi (va così da quattro anni).

Insomma, ero a colloquio con la mia dottoressa (c’era anche mia madre), che di nuovo mi rompeva le palle sul peso. Premetto che non ho mai detto che non sia un problema, ma ho scritto alla mia psichiatra qualche tempo fa: muoio prima se mi butto sotto un treno o se continuo a mangiare poco (contando anche che i miei esami sono perfetti, il mio ciclo è regolare, ecc.)? Si tratta di una questione di priorità (mio modestissimo parere). Se vengo fuori da questa dannata depressione e mi ritorna un po’ di voglia di vivere, molto probabilmente mi tornerà anche la voglia di fare le cose che facevo prima, tra le quali mangiare. Io non mangio non per dimagrire (ci sono passata per la bulimia, e ne sono uscita da sola, quindi so di che cavolo sto parlando), ma perché non ho proprio appetito, e questo può benissimo essere un effetto dei farmaci (OT: i foglietti illustrativi fan ridere. Tra gli effetti collaterali c’è l’aumento dell’appetito e, esattamente due righe sotto, la diminuzione dell’appetito). Se nessuno mi ricorda che è ora di mangiare io non mangio per un’intera giornata e nemmeno mi viene in mente. E francamente, per una persona che già fa fatica a mangiare a casa propria, pranzare e cenare in mensa, con altre dieci persone, con quel cibo da schifo che ci propinano, mille odori diversi, gente che si sbava addosso, ecc. non aiuta.

Comunque ˗ mi perdo sempre nei dettagli ˗ stavo spiegando alla dottoressa che preferivo concentrarmi (“per il momento”) sull’aspetto depressione, e in seguito affrontare l’aspetto cibo e altri miei problemi. Quanto mai ho espresso la mia opinione! Minata la sua autorità! Si è alzata in piedi e mi ha puntato il dito contro (ciao ciao rispetto), urlando: tu sei anoressica, come tutte le anoressiche te la racconti, dici di non avere appetito ma in realtà sogni il cibo di notte (?), guarda che braccia rachitiche, sembri malata di cancro.

Mia madre non ha aperto bocca (eppure lo sa bene che son tutte cazzate), io sono scoppiata a piangere e me ne sono andata. Praticamente questo colloquio è l’esempio di tutto ciò che un medico non dovrebbe fare: etichettare il suo paziente (al massimo mi dici che soffro di anoressia, non che sono un’anoressica come tutte le altre), generalizzare, gridare, rispondere in modo maleducato a domande più che lecite. E pensare che con questa dottoressa mi è andata pure bene! Quando lei non c’era ho avuto a che fare con altri psichiatri. Uno mi ha detto che non aveva voglia di parlare con me perché “senza offesa eh, lei è proprio fastidiosa”. Altri due mi hanno detto che, visto che i farmaci non sembrano funzionare e nemmeno la psicoterapia pare portarmi alcun beneficio, l’unica mia possibilità è l’elettroshock. Me l’hanno buttata lì così, come se mi stessero proponendo un nuovo farmaco o che, peccato che uno degli effetti collaterali (anche se ovviamente non siamo ai livelli di Qualcuno volò sul nido del cuculo) sia la perdita di parte della memoria, informazione che hanno pensato bene di omettere nel momento in cui mi hanno proposto questo trattamento (me l’ha detto lo psicologo per fortuna).

Dato che se vado avanti così ancora per un anno una laurea ad honorem in psichiatria me la becco, mi permetto di dare alcuni consigli a tutti i medici che lavorano in SPDC: innanzitutto, se non vi frega un cazzo di aiutare i vostri pazienti, cambiate mestiere. Secondo, una ripassatina all’ultima edizione del DSM ad alcuni non farebbe male. Terzo, potete aver studiato anche per trent’anni, ma sono io ad essere malata, è il mio corpo che reagisce alla medicine, e se dico che un farmaco non va dovrei essere presa un attimo più in considerazione. Quarto, io tratto con rispetto chi mi porta rispetto. Tu mi tratti di merda? Bene, ti becchi quello che ti meriti. Cioè un sacco di insulti e questo articolo. Punto.

Comunque, la cosa che più mi ha sconvolto in tutti questi anni è successa durante il mio penultimo ricovero, tra giugno e luglio (TSO per lite con mia madre, mi pare giusto). La mia compagna di stanza era M., una ragazzina di 20 anni circa, molto carina. Probabilmente border come me, ma il suo disturbo si era aggravato parecchio in seguito ad alcune esperienze della serie reclusione in comunità religiose dove le praticavano robe stile esorcismi, genitori adottivi che la incolpavano del suo disturbo (“ti abbiamo dato tutto, abbiamo sputato sangue per te, e tu hai scelto di comportarti in questo modo…” e blabla, un mucchio di stronzate, tant’è che M. mi ha letteralmente pregata di non lasciarla da sola con suo padre durante le visite perché la faceva sentire una merda e basta) e altre cose di cui non riesco nemmeno a scrivere.

Sta di fatto che “i vecchi del reparto” ci provavano spudoratamente con lei. Ok, lei si mostrava carina e in un certo senso anche disponibile, ma questo si spiega con la paura dell’abbandono e la continua ricerca di affetto e approvazione che caratterizzano qualsiasi persona che ha un BPD. Insomma, non lo faceva apposta, non si rendeva conto che il suo comportamento poteva essere mal interpretato. Lo so perché ci sono passata anche io quando ero più giovane. “Hai fatto questo, ti sei comportata così, mi hai risposto cosà, e ora non ci stai?! Frigida del cazzo”. Va be’, a 27 anni posso dire che non mi frega niente di queste cose, ma quando sei più piccola ci stai male e molto spesso non riesci a dire no alle persone perché hai paura che se non fai quello che vogliono ti abbandoneranno. È una sensazione che ho provato un milione di volte e che mi ha portata a fare cose di cui mi sono pentita. Ecco, vedere che la stessa cosa stava capitando ad M., se possibile anche più ingenua di me, mi stava facendo sfasare. Prima si trattava solo di complimenti (comunque inopportuni, dato che venivano da persone più vecchie di suo padre), poi di carezze, di abbracci. M. se ne stava immobile. Credo sia la reazione (non reazione) più comune. Quando si è arrivati al punto in cui le prendevano la faccia e le stampavano un bacio in bocca, non ce l’ho più fatta a farmi i cavoli miei. Ne ho parlato con gli infermieri. Risposta: “grazie Sara, ma ce ne siamo accorti”. “Quindi?”. “Quindi niente, non sono affari nostri”. Non sono affari vostri??

Fortunatamente, dopo pochi giorni il tizio in questione è stato trasferito al piano di sopra. Gli ex pazienti non hanno il permesso di entrare in reparto. Non si discute. Anche quando “sali di piano” (che significa: vai nel modulo più tranquillo perché sei prossimo alle dimissioni), non puoi tornare di sotto. A meno che tu non abbia i colloqui con lo psicologo, ma la porta del suo studio è esattamente a due passi da quella dell’ingresso. Entri, fai il colloquio, esci. Non ti fai vedere da nessuno.

Per diversi motivi anche questa regola non ha molto senso, ma in quel momento ero felice che ci fosse perché ero sicura che quel *non so bene come definirlo* non avrebbe più avuto l’opportunità di importunare M. Mi sbagliavo.

In quel periodo anche un mio amico, ex paziente che avevo conosciuto durante il mio precedente ricovero, nonostante fosse stato dimesso mesi prima continuava la sua terapia con il dottor B. Dato che ci teneva a salutarmi, un giorno, prima di uscire dal reparto dopo la sua seduta, il dottore mi ha fatta chiamare per darmi la possibilità di dirgli ciao. La cosa è durata esattamente due minuti. Scambiata mezza parola e basta. Ho ringraziato lo psicologo e, dato che aveva cinque minuti liberi, mi sono fermata nel suo studio a parlare un attimo. Tempo due secondi e riceve una chiamata. Gli chiedono dove sono e se è vero che sono uscita dal reparto per salutare un ex paziente. Il dottore spiega come sono andate le cose e la questione si chiude così (ma questo fa capire quanto gli psichiatri abbiano fiducia nel loro collega psicologo. Non commento nemmeno).

Poco più tardi siamo tutti in mensa per mangiare, io seduta accanto a M. Vedo arrivare il signore che “ci provava” con lei. Rimango interdetta, ovviamente. Che cavolo ci fa qui? Prende M. e la dà un bacio, poi se ne va. Lei mi guarda, poi si alza e corre in bagno. Vomita.

Come diamine è possibile che questo qui sia riuscito ad uscire dallo studio dello psicologo, abbia attraversato l’intero corridoio del reparto, sia passato davanti alla cucina, dove stavano gli infermieri, e sia riuscito ad arrivare fino in mensa senza che nessuno lo fermasse? E poi sia tornato indietro, uscito e risalito al suo piano? Nessuno si è accorto di niente. A parte che, come ho detto, la regola è chiara e non permette assolutamente tutto ciò, ma poi, sapendo cosa lui stava facendo a M., un minimo di controllo in più no? Risposta degli infermieri: “non ce ne siamo accorti”. Ma che bravi. Però vi siete accorti che io ho parlato due minuti con un mio amico a due centimetri dalla porta del reparto. Mi pare giusto.

Comunque non so che cavolo mi sia preso, ma non riesco a togliermi dalla mente la scena del vecchio che bacia M. Sono passati mesi ormai ed è sempre lì. E ogni volta che la rivedo nella mia testa mi si chiude lo stomaco e non riesco a mangiare nulla. Mi è salito uno schifo tale che ogni volta ripenso a M. che corre in bagno a vomitare e non riesco più a mangiare niente. Ho perso cinque kg per questa cosa (e già ero sottopeso).

Devo ricordarmi che sto cercando di scrivere un articolo e non un libro, ma c’è un’ultima cosa importante da dire. Durante l’ultimo ricovero che ho fatto tre persone sono riuscite a scappare dal reparto. Non con strani metodi della serie scassinare la porta nel cuore della notte. Semplicemente, quando gli infermieri aprivano per fare entrare il carrello del cibo loro sono corsi fuori. Uno è scappato cinque volte. Non era molto furbo detto sinceramente, dopo un paio di giorni i carabinieri lo ritrovavano al Polaresco (uno spazio per i giovani piuttosto frequentato a Bergamo) a fumare con i suoi amici. Ma l’ultima volta che è scappato erano passate esattamente due ore da quando l’avevano riportato in reparto. L’ho incrociato mentre scappava perché ero fuori con mia madre. Ho anche tentato di fermarlo perché è proprio una cazzata scappare, di sicuro finirà in una comunità ad alta protezione (e lì col cavolo che riesci a scappare). Ma il punto è: che credibilità può avere un reparto psichiatrico dal quale in meno di due settimane, per una distrazione di qualche infermiere, tre persone sono riuscite a svignarsela? È una cosa ridicola. Sembra una cazzo di barzelletta.

La chiudo qui. Forse ho messo troppa carne al fuoco, ma avevo bisogno di riordinare le idee e sono riuscita a farlo solo adesso, sebbene la mia intenzione di scrivere questo articolo risalga a marzo. In fondo aspettare si è rivelata la scelta giusta, perché ˗soprattutto per la storia di M. e per le fughe ˗mi auguro che ora sia chiaro a tutti quanto sia assurdo un posto del genere, quanto sia assurda la pretesa di iniziare a curare qualcuno lì dentro, quanto siano assurde le regole, quanto sia assurdo tutto quanto. Se potessi io lo brucerei quel dannato posto. E comunque il fatto che ogni volta che vengo ricoverata ritrovi le stesse persone ˗ non ci vuole un genio per capirlo ˗ vuol dire chiaramente che qualcosa non va.

Sono abbastanza sfiduciata e credo proprio che, come ho dovuto fare con il primo articolo che ho scritto sull’argomento, se voglio che qualcuno legga ciò che ho scritto mi toccherà arrangiarmi da sola e postare tutto sul mio blog. Ma non è giusto. Non è giusto che per paura di chissà quali ripercussioni (paura totalmente infondata, dato che ˗non finirò mai di ripeterlo ˗ scrivo solo la verità e c’è un sacco di gente che lo può testimoniare) non riesca a trovare una rivista interessata a pubblicare un articolo del genere. La gente deve sapere. Una situazione del genere va denunciata apertamente. Ci saranno ripercussioni? Mi prendo la responsabilità di quello che ho scritto. Non ho paura di farlo perché so di essere nel giusto. E sono stanca di vedere che quel maledetto posto altro non fa che risucchiare la voglia di vivere delle persone. Entri con un problema e ne esci con mille. La metà della gente che conosco non era depressa prima di entrarci. Ora lo è. Ed è chiaramente colpa della situazione ridicola che c’è in reparto. È inutile girarci intorno, attribuire colpe al paziente o a situazioni esterne. È talmente palese che un posto del genere non aiuti nessuno. Anzi, è palese che aggravi situazioni già pesanti. E in ogni caso l’ospedale serve per gestire le fasi acute. Non lo dico io, è così. Non puoi rinchiuderci le persone per mesi. Io ogni volta supero la mia crisi, sto bene per una settimana, e poi ci ricado. Come è possibile una cosa del genere? Più che scriverne io non so che fare. E non sapere che fare mi fa sfasare anche più del solito. Ma la verità è questa: a nessuno interessano queste storie tristi. Certo qualcuno si potrà dispiacere per quello che hanno passato M., R., per quello che ho passato io. Ma la cosa finirà lì. E non è giusto.

Spero davvero che questa volta la mia testimonianza serva a qualcosa. Che non venga letta solo da altri “malati”, che non hanno bisogno di farlo perché queste cose le vivono sulla loro pelle. Che qualcuno che ha il “potere” di fare qualcosa faccia realmente qualcosa. Credetemi, non è una passeggiata per me parlare di queste cose, e vorrei che per una volta il tempo e la fatica che ci metto non siano sprecati. Chiudo con questa speranza (anche se, a dire il vero, me ne è rimasta davvero poca) e invito tutte le persone che hanno passato esperienze del genere a scriverne, a parlarne. Non mi voglio proporre come esempio da seguire o cose del genere, figuriamoci, e tra l’altro se mia madre non mi avesse spinta a farlo io probabilmente non avrei mai scritto nulla. Ma ora penso che ok, potranno ignorare me, potranno ignorare due persone, tre, ma non potranno ignorarci tutti. Se qualcuno si vergogna di scrivere la sua testimonianza può raccontarla a me, sono disposta ad aiutare chi non se la sente di parlare pubblicamente della propria situazione. Posso prendermene carico io e pubblicarla in forma anonima. I miei contatti sono in fondo all’articolo.

Sara Previtali

Mail: sara.previtali@live.it

Facebook: Sherry Green

 

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